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20 mm. Un grandangolo sulle mutazioni del presente.
Uniti a parole, divisi di fatto.
Primitivismi dell’era postfordista
Lunedì 8 febbraio il Consiglio Comunale di Livorno discuterà, su proposta del consigliere di Sinistra e Libertà Lamberto Giannini, una mozione che propone l’istituzione anche a Livorno di un albo per le coppie di fatto.
Il tema di forte centralità rappresenta un momento di avanzamento culturale e di tutela di diritti, spesso non riconosciuti a causa di un arretramento politico e culturale che l’Italia subisce rispetto ad altri paesi europei.
Basta pensare a paesi civili e democratici come l’Olanda dove il Gay pride diventa un momento di confronto politico e di valore culturale: il sindaco di Amsterdam Job Cohen inaugura il Gay pride insieme ad Ahmed Marcouch, di origine marocchina, presidente della circoscrizione di Slotervaart, zona della città a forte presenza mussulmana.
Il motivo: dare un segnale duplice alla città, da un lato costruire all’interno dei quartieri con cittadini a maggioranza mussulmana la cultura del rispetto e del riconoscimento dell’omosessualità; dall’altro riaffermare con forza il riconoscimento dei diritti delle coppie omosessuali e includere la cultura gay come tassello imprescindibile dell’identità cittadina.
In entrambi i casi l’operazione è quella di trovare un punto di incontro e di mediazione tra due conflittualità, senza rinunciare all’affermazione di un’identità e dei suoi diritti. Il Sindaco di Amsterdam non ha voluto mettere tutti d’accordo, ma affermare il principio che di fronte ai diritti non si fa un passo indietro. Questo d’altra parte gli è riuscito grazie anche allo sforzo che alcune politiche dei paesi europei fanno per interpretare e sostenere i cambiamenti della post-modernità.
Come è risaputo in Olanda non governa ne un soviet comunista e neppure un governo libertino e sfrenato, ma un governo “normalmente” progressista che ha saputo costruire negli anni e con sforzi decisivi una cultura che vive con orgoglio il riconoscimento delle diverse identità religiose, etniche e sessuali.
Non è soltanto una questione di coraggio, ma c’è qualcosa di più, la capacità di leggere e interpretare i cambiamenti della nostra società e quella di costruire anche passi in avanti nel campo dei diritti e dei meticciati culturali. Ma per far questo serve la voglia e la passione di sganciarsi anche da stereotipi politici e vecchi pregiudizi culturali ormai “fuori dal mondo”.
È l’Italia che è indietro; che vive come un macigno il peso dell’opinione della Chiesa che su certe questioni ha deciso di arroccarsi dentro il castello, continuando a lanciare dalle mura moniti che impediscono lo sviluppo e il dibattito culturale. Complice di tutto questo, una classe dirigente politica che, dentro il castello, è tenuta sotto scacco.
Lo scontro non è ideologico, almeno non dovrebbe essere tale, ma vive di quella sana conflittualità del dibattito politico e culturale che dovrebbe sviluppare all’interno di un sistema democratico; purtroppo invece di promuoverlo, il dibattito, spesso si sottace l’argomento e quando viene fuori è solo per addurre offese e parole vuote si senso o peggio, per portare giustificazioni barocche e poco credibili.
Il postfordismo, con tutto il suo portato di rottura con le vecchie narrazioni classiche, non ha saputo risolvere quelle contraddizioni di una fase storica caratterizzata dalla monoliticità di alcuni schemi culturali. Nell’era della fluidità e della decomposizione degli schematismi ideologici alcune resistenze continuano a dettare l’agenda della politica e della ricerca del consenso. Verrebbe da dire a chi piace declamare e storicizzare i tempi del postfordismo, di stare attento ed essere conseguente con la responsabilità che un cambiamento del genere ha voluto significare; e dunque di costruire politiche adeguate che vanno nella direzione della comprensione e dell’interpretazione di certi cambiamenti, siano essi sessuali o più genericamente riguardanti gli stili di vita.

Ci sono però strumenti per rendere alcuni percorsi praticabili dando dignità a scelte etiche e sessuali: uno di questi è l’albo per le coppie di fatto, che non riguarda soltanto coppie omosessuali ma anche coppie eterosessuali che non sono unite dal contratto matrimoniale.
L’albo consentirebbe di avere uno strumento formale come base di riferimento per aprire un confronto e valutare in modo condiviso possibilità operative.
È quello che è successo a Venezia con l’iscrizione delle coppie di fatto all’interno della graduatoria per gli alloggi popolari.
Questa passaggio di grande importanza per la sostenibilità di alcune famiglie è stato possibile grazie al fatto che il Comune di Venezia si era dotato dell’albo.
Molte altre sono le occasioni di confronto e di elaborazione politica per un’applicazione pratica dell’albo in relazione ai bisogni espressi e spesso ai diritti non riconosciuti alle coppie di fatto.
Questo aspetto darebbe l’opportunità di proporre risposte serie e concrete in merito alle metamorfosi del nostro tempo per cui non sono più efficaci vecchi modelli ormai desueti.
Ci auguriamo infatti che l’8 febbraio 2010, durante la seduta del Consiglio Comunale di Livorno, la maggioranza di governo voti compattamente a favore della mozione per l’istituzione dell’albo delle coppie di fatto.
Un altro risultato vorrebbe dire mesi di discussione persi e soprattutto un’occasione in meno per dare un segnale importante alla città, in un momento dove la crisi generale della politica e del sistema culturale di riferimento tocca anche Livorno.
L’Arci, ARCI Gay e Radio Cage hanno deciso di dare il loro contributo a favore dell’albo per le coppie di fatto e di sostenere politicamente e culturalmente l’opportunità di una sua approvazione.