

visioni distorte # 10
“anche se non guardi la televisione, la televisione ti riguarda”
Racconta Paolo Rumiz come la guerra in Jugoslavia fosse stata simile a un’ondata di marea che, abbattendo case, minareti e campanili, aveva pareggiato al suolo e spazzato via i paesaggi urbani; e che allora, in uno scenario che aveva perso la dimensione dell’altezza per diventare bidimensionale, anche l’odore dei luoghi era diventato importante per distinguere tra loro le diverse città.
Il paragone può forse apparire forzato, eppure è quanto viene in mente osservando un format come “Il più grande degli italiani”, prodotto dalla BBC, acquistato dalla Rai e meticolosamente costruito, in modo sinistramente analogo alle operazioni belliche di cui sopra, sulla cancellazione della profondità, dimensione che avrebbe reso impossibile la costruzione di un tele-scenario piatto e adatto per far scontrare tra loro, a colpi di televoto, i personaggi più popolari della storia del nostro paese.
Cancellando la profondità, ed eliminando così qualsiasi spessore tridimensionale, si può infatti ammucchiare e simultaneamente schiacciare tutta la nostra storia nel rettangolo dello schermo, dal quale oltretutto, a differenza di un paesaggio reale raso al suolo, non possono neppure diffondersi altri stimoli, diversi da quelli tipicamente televisivi, in grado di farci distinguere ciò di cui i vari personaggi, ormai trasformati in concorrenti, sono in realtà portatori.
Ecco che lo spettatore televotante, supportato da brevi video-clip, può decidere a colpi di sms se siano più meritevoli di accedere all’avvincente puntata finale Dante Alighieri o Lucio Battisti, Michelangelo o Valentino Rossi, Galileo o Laura Pausini.
Giuseppe Garibaldi diventa semplicemente “un grande”, Falcone & Borsellino (ammessi a concorrere ma solo come coppia, alla stregua di modelli televisivi quali “Franco e Ciccio” o “Ale e Franz”) sono “dei miti”, e dallo studio i loro fans lanciano appelli a televotarli.
Ne nascono sfide all’ultimo voto, con tanto di colonna sonora thriller, per stabilire se abbia maggior valore il senso della scoperta del moto della terra attorno al sole piuttosto che l’emozione che ci provoca ascoltare “Fiori rosa fiori di pesco”.
Un colpo di tastiera, un colpo di telecomando, un colpo di spugna per decidere quale pezzo della nostra storia eliminare.
E’ perfino troppo semplice schierarsi contro un format come questo, pur mantenendo ben ferma la convinzione che esso non rappresenti affatto uno scandalo rispetto alla media della nostra programmazione televisiva.
Si può affermare come il programma finisca per vanificare quanto negli ultimi anni la Rai, non tanto attraverso i suoi canali generalisti ma attraverso quelli tematici, ha pur fatto in termini di salvaguardia della nostra memoria storica, e nello stesso tempo come esso minacci anche quel minimo sindacale che l’istituzione scolastica nello stesso ambito riesce ancora a trasmettere.
Si può affermare che mettere indistintamente sullo stesso piano alcune delle figure storiche più radicate nell’immaginario collettivo del nostro paese e una serie di idoli pop dei nostri giorni significa disintegrare e dissolvere il concetto stesso di consapevolezza e senso critico, riducendo i valori di cui quelle figure sono portatrici a marchi, a brand simili a quello del volto di Che Guevara, rivendibile su magliette e cappellini a consumatori di qualsiasi pensiero politico.
Si può affermare quanto siano surreali eppure terribili tele-discussioni in cui si spiega che se la volontà popolare pretende di reinserire nella lista dei concorrenti al talent show Enrico Berlinguer, non incluso tra i 50 personaggi provinati e selezionati da un fantomatico sondaggio Eurispes, allora è giusto, per par condicio, ascoltare anche chi pretende di reinserire Benito Mussolini.
Si può affermare che mai come in questo caso si era arrivati a far degenerare, nonché monetizzare tramite televoto, quella pratica comunemente definita partecipazione, che dovrebbe consentire ai cittadini di esprimere direttamente le loro preferenze non solo sull’assetto fisico ma anche sui fondamenti culturali della nostra società e del nostro essere comune.
Si può affermare che niente di più esemplare poteva essere concepito per dimostrare in modo evidente e perfino didattico come non abbia più senso operare distinzioni tra una cultura “alta” e una cultura “bassa”, e sbaragliare così le ultime resistenze di qualche spirito libero che continua a ritenersi fuori dalla mischia.
E si può infine affermare che in fondo vale la pena di pagare il canone anche solo per poter vedere Tinto Brass che discute di stigmate in tv, davanti alla gigantografia elettronica di Padre Pio.
Ciò che però non sarà mai affermato abbastanza è che buona parte di queste cose sono state dette in primo luogo dall’interno del format, attraverso i suoi stessi attori: sono in primo luogo le persone presenti in studio, il finto spettatore, lo stucchevole giurato, l’ospite di grido, perfino il presentatore e la sua ornamentale valletta, ad affermare più volte come le regole di questo game-show, e del format stesso, siano assurde, grossolane, offensive anche per i livelli minimi della cultura condivisa del nostro paese.
Pertanto, se ”Il più grande degli italiani” può avere una minima utilità nel promuovere l’educazione storiografica del “popolo di Rai2″ e del popolo televisivo di tutto il paese, essa è in realtà proprio questa: dimostrare quale sia oggi l’enorme e incontestabile potenza del mezzo televisivo, capace di contenere al proprio interno anche la sua negazione e il suo rifiuto, e di utilizzarli come strumento per fabbricare spettacolo, audience e consenso.
“Con me e contro di me”, dice questo apparecchio che ognuno di noi possiede, e che, pur apparendoci di dimensioni così limitate accanto agli altri elettrodomestici, non ci ha lasciato alcuno spazio al di fuori dei suoi confini.
Così, anche se nelle nostre città non vi sono macerie nelle strade, l’impressione è che pure qui si sia combattuta negli ultimi anni una guerra casa per casa: una guerra che, diversamente da quelle che si combattono con gli esplosivi, non ci ha sottratto beni materiali, ma che anzi ce ne ha venduti molti di più; una guerra che ci ha privato di un diverso tipo di bene: la capacità di concepire un’altra dimensione, una vita fuori dallo schermo.
Ecco che, privi di questa capacità, ci si adatta a gradire tutto, anche un duello a colpi di sms tra Nino Manfredi e San Francesco d’Assisi.
Tutto, tranne, fortunatamente, la noia.
Visioni distorte:
#9: “Un nodo alla gola”. La chimica mediatica del pianto
#bonus: “I morti ritornano”. Nota sulla fine degli anni zero
#8: “La ferita del premier”. Quando la realtà irrompe sui media
#7: “Epica mediatica, morte reale”. Per i fratelli Cucchi
#6: “Qui e altrove”. Sul corpo del premier
#5: “Pornomedium”. L’aura del video su Piero Marrazzo
#4: “Cancellare l’immagine per cancellare la morte”. Il mito della privacy
#3: “Corpo morto inscritto nello schermo”. L’ultimo spot di Mike Bongiorno
#2: “Il corpo delle donne”. Tette, tv e pietas
#spot natalizio: “La croce e la polenta”. Sulla religione mediatica
Hermann said:
Complimenti.
7 febbraio 2010 at 04:22