

Visioni distorte # 1
“Ci sono molti motivi per andare a vedere “Videocracy”, e ormai li conosciamo tutti. Per quelli cui questi motivi non bastassero, posso aggiungere il fatto che nel film si vede una significativa quantità di tette; tette malinconiche, che ci riportano ai tempi mitici di “Colpo Grosso”. Anche se personalmente mi ha emozionato molto di più l’improvvisa apparizione, a tradimento, del pisellone di Fabrizio Corona”
La compresenza che si è registrata in questi giorni tra la puntata monografica della trasmissione “Porta a Porta” dedicata dalla Rai alla consegna delle nuove case ai terremotati aquilani e la presenza nelle sale cinematografiche italiane del documentario “Videocracy”, invita a una riflessione sulla particolarità delle forme di rappresentazione del potere prodotte attraverso il mezzo audiovisivo.
Nel nostro paese il rapporto tra costruzione del consenso e narrazione audiovisiva è notoriamente molto forte. Non solo per una questione “strutturale”, per cui l’uomo più potente, l’uomo più ricco, il possidente del più grande polo televisivo privato più e il capo del governo del nostro paese sono la stessa persona; ma anche perchè è proprio attorno alla comunicazione audiovisiva che si è sviluppato il modello culturale che domina il nostro paese da quasi trent’anni.
Come insegna qualsiasi manuale di teoria e tecniche dei mezzi audiovisivi, la narrazione filmica è una pratica che serve a dare ordine a un materiale informe; una pratica manipolatoria per definizione, che acquisisce materiali dalla realtà, li seleziona, li orienta e li “monta” per costruire una “verità” soggettiva ed arbitraria. Ogni film, ogni video, ogni servizio televisivo, valido o meno, interessante o meno, è costruito in base a queste regole.
Da questo punto di vista la monografia berlusconiana andata in onda su “Porta a Porta” rappresenta un esemplare caso di studio. Non tanto per l’ormai canonica auto-celebrazione promossa dal premier in diretta nello studio televisivo, quanto per la qualità del video-reportage costruito attorno alla vicenda della consegna delle nuove case ai terremotati di un nuovo quartiere periferico de L’Aquila.
Il video-reportage (che dura appena 5.42 min) si concentra naturalmente sul cantiere ed esclude quelle immagini che potremmo definire “in campo lungo”, che avrebbero dovuto includere ad esempio lo striscione con cui una parte della popolazione ha contestato il premier al suo arrivo. Le immagini privilegiano infatti piani stretti ed interni, proiettando l’attore principale non in un’anonima sala stampa (fosse pure quella allestita in una tendopoli), ma direttamente all’interno dei luoghi fisici in cui abiteranno le “persone comuni”. L’effetto è psicologicamente molto forte: il premier, che nell’immaginario collettivo è associato agli spazi impenetrabili di ville principesche e sale governative, si aggira in una “casa normale”, di 70 metri quadri. La macchina da presa scopre una cucina, un tavolo, un acquaio e mobili simili a quelli che tutti abbiamo in casa. Sono inquadrature in cui il premier si muove con familiarità, aprendo con le sue mani lo scolapiatti e il frigorifero, valutando la qualità del parquet, come se si trovasse nel suo habitat naturale. Nella camera da letto compaiono con studiata casualità tre operai al lavoro intorno a un armadio, che salutano il premier cordialmente, comparendo all’interno dell’inquadratura sullo stesso piano gerarchico del premier stesso: non sullo sfondo, ma accanto (uno addirittura più in alto, sui gradini di una scala). L’inquadratura rompe l’abituale forma di rappresentazione che vuole il capo del governo in posizione frontale rispetto a un pubblico e spesso su un piano elevato (palco, podio, tavolo da sala stampa) oppure centrale, attorniato da microfoni e cronisti; una gerarchia e una modalità di rappresentazione che sono state addirittura completamente rovesciate poco prima, quando la macchina da presa aveva ripreso il premier in cammino su un comune pianerottolo, mentre dall’alto calava nell’inquadratura una gru, dalla quale altri operai al lavoro avevano salutato con il solito amicale “ciao Silvio”. In questo senso il video-reportage è ancora più significativo quando cala addirittura il premier in un parcheggio sotterraneo, per spiegare il funzionamento delle colonne antisismiche che reggono le abitazioni. Moltissimi sono i segni verbali, ovvero le parole che accompagnano le immagini. Ma a differenza di altre occasioni, il premier non è debordante, e lascia spesso la parola al tecnico ingnegnere-sismologo, che fornisce alla narrazione un carattere di autorevolezza super-partes. Anche le scelta delle inquadrature che riprendono direttamente il premier contribuiscono ad “avvicinarcelo”: molto sono i mezzi busti e piani americani che lo caratterizzano come parte di una situazione, mentre pochi sono i primi e primissimi piani che invece avrebbero soprattutto “personalizzato” la scena, facendola svanire a favore del protagonista principale. Nell’insieme il quadro ricorda situazioni in cui si sono trovati tutti i “comuni cittadini” che hanno ristrutturato un’abitazione. La narrazione è ben strutturata, concentrata e didattica al punto giusto. Oggetti quotidiani, situazione informale, e l’uomo più potente d’Italia che sembra davvero uno di noi. Si tratta di una narrazione perfettamente calibrata sul personaggio, potenzialmente in grado di convincere tutti, simpatizzanti e non simpatizzanti del premier.
Sono probabilmente narrazioni come queste a creare il consenso del premier nel nostro paese, molto più di quanto non accada con certi deboranti monologhi autocelebrativi quale quello seguito appunto a questo video-reportage nella stessa puntata di “Porta a porta”.
Naturalmente non si è inteso qui analizzare la qualità del prodotto realizzato (le case), o comunque i contenuti comunicati dal video-reportage, quanto il modo di raccontarlo.
Questa efficacia narrativa mediatica è evidentemente un fattore di cui deve tener profondamente conto chi si batte per una cultura diversa da quella proposta dal modello berlusconiano.Non è a nostro avviso necessario adottare le stesse “armi” mediatiche della comunicazione berlusconiana per rovesciarne il primato nel nostro paese, ma saper raccontare e raccontarsi è una capacità decisiva per chi intende fare politica. Certo, naturalmente è impossibilenon tener conto della questione dell’accesso ai canali di comunicazione di massa. Chi può occupare a proprio piacimento una prima serata su Rai Uno? Però provate a fare la prova del nove: il premier, con espressione cordiale e nello stesso tempo concentrata sull’impegno, si aggira nella casa in costruzione, controlla il frigorifero, apre lo scolapiatti. Il pubblico gli crede. L’effetto sarebbe stato lo stesso se quel frigorifero e quello scolapiatti li avessero aperti Romano Prodi o Massimo D’Alema? E soprattutto, l’avrebbero fatto? Con quale espressione attoriale?
Chi, come noi, è tutt’altro che esaltato dai modelli culturali che dominano a livello di comunicazione audiovisiva il nostro paese, ha sicuramente gradito più “Videocracy” che “Porta a Porta”. Il video-documentario ideato da Erik Gandini ha il fondamentale pregio di essere costruito intorno a una scelta semplice ma precisa: una narrazione didattica su come si sono evoluti negli ultimi trent’anni i fenomeni di costume e la cultura “di massa” in Italia. Il fatto di far leva su una produzione straniera ha portato l’autore a concepire il documentario come prodotto destinato ad un pubblico non solo italiano; fa dunque un certo effetto straniante sentirsi raccontare in modo estremamente semplice e didattico, attraverso la voce over di commento, la straordinarietà di certi accadimenti che a noi italiani sembrano ormai del tutto normali, essendovi completamente assuefatti: la coincidenza tra premier e massimo proprietario della televisione italiana, i feticci culturali incarnati da certe dubbi personaggi emersi in un ambito di commistione tra potere e spettacolo, la constatazione che nel nostro paese vi sono migliaia di ragazze e ragazzi che vedono come unica possibilità di futuro accettabile quella di fare le veline o i tronisti.
Anche in questo caso, si intende concentrarsi esclusivamente sulla rappresentazione audiovisiva del potere. A differenza del video-reportage di “Porta a Porta”, in “Videocracy” i segni verbali non abbondano. Invece delle parole dei personaggi, ci sono soprattutto i volti, spesso in primo piano, e le loro espressioni. Sono pochi i rassicuranti e televisivi piani americani e mezzi busti; i volti di Lele Mora e Fabrizio Corona, a loro modo uomini di potere prodotti dalla degenerazione della cultura dominante, debordano dai limiti dell’inquadratura, attraverso immagini silenziose, che rompono la canonica consequenzialità della narrazione. Gli stessi dettagli narrano di un potere che non ha alcuna intenzione di porsi in empatia con l’ ”uomo comune”: il display del celluare dal quale Mora fa allegramente diffondere un “Faccetta nera” corredato di svastiche, le foto in cui l’iper-tatuato Corona si ritrae crocifisso in quella che fu la sua cella. Sono dettagli che evidenziano un’inquientante eccezionalità. Primi piani che disturbano sono anche quelli delle tante ragazze ritratte nel corso di provini: a fronte delle tette e dei culi ballanti e sventolanti davanti al piccolo pubblico di un centro commerciale, di taglio la macchina da presa coglie l’attimo fugace in cui gli occhi esprimono il disagio, l’impressione che forse non sia quella la cosa migliore da fare, la situazione giusta i cui ritrovarsi.
A differenza del video-reportage di “Porta a Porta”, il potere è qui ritratto nei suoi luoghi canonici: Lele Mora nelle stanze immacolate della sua villa, ricolma di aspirante veline e tronisti a bordo piscina, Fabrizio Corona nel suo barocco bagno mentre, prima completamente nudo e poi elegantemente vestito, si cosparge di essenze, nonché all’interno delle discoteche, i luoghi simbolo del potere mediatico da 10.000 euro ad “ospitata”. Nella Villa Certosa del premier, così diversa dalla casa di 70 metri in costruzione a L’Aquila, non è invece possibile penetrare: rimane in campo lunghissimo, lontano, appena scrutata dalla villa vicina.
Effettivamente la scelta delle inquadrature è quella tipica di un film horror: voce narrante dal tono leggermente thriller, primi piani eccessivi, dettagli anatomici debordanti, inquietanti nudità e campi lunghi di case misteriose. Per questo, se è probabilmente vero che l’opera di Gandini “non dice niente di nuovo” agli italiani, risulta interessante proprio il modo in cui lo dice, quel punto di vista volutamente parziale che l’autore ha scelto per rappresentare il potere e la cultura che esso ha originato nel nostro paese.
Reportage televisivo e video-documentario hanno naturalmente linguaggi in buona parte incomparabili tra loro. Qui interessa però sottolineare come in entrambi i casi si sia riusciti a produrre una narrazione credibile intorno allo stesso personaggio (il potere), seppure per darne una rappresentazione completamente diversa. “Videocracy”, così come il reportage di “Porta a Porta”, è il frutto di una manipolazione di elementi audiovisivi, volta a fabbricare una verità soggettiva.
Per lo spettatore che non osserva passivamente queste forme di rappresentazione, non si tratta solo di scegliere qual’è la verità giusta da condividere; si tratta anche di riuscire a decodificare i meccanismi in base a cui anche l’altra verità, quella “sbagliata”, è stata fabbricata, e comprendere perché essa risulti credibile, e condivisibile, per molti. E, quando necessario, imparare a fabbricare narrazioni opposte altrettanto efficaci.