

Uno spettacolo del Laboratorio Teatrale della Casa Circondariale di Livorno
promosso da Arci Solidarietà Livorno
in collaborazione con il Coordinamento Femminile ANPI-ANPPIA di Livorno
con il contributo della Regione Toscana – Progetto Teatro e Carcere
con Cesare Bruno, Albino Caporali, Davide Colombo, Francesco Frangiosa, Gisela Pabst, Dorel Pirjol, Mauricio Quintero, Fabian Santana, Imed Zameli
organizzazione interna: Cristina De Santis
collaborazione alla messa in scena: Marta Casali, Silvia Cortigiani, Sara Palli
ideazione e regia: Alessio Traversi
organizzazione: Federico Bernini
comunicazione: Riccardo Antonini
dalla recensione di Davide De Crescenzo , www.intoscana.it
“Cadaveri coperti da lenzuoli bianchi, senza volto, vittime innocenti di una storia italiana in cui il dolore e la sofferenza costituiscono un terribile filo rosso che riemerge prepotentemente con il suo oscuro carico di misteri e domande irrisolte”.
Un viaggio narrativo drammatico, ma non privo di passaggi taglienti e sarcastici, strutturato in tre scene differenti. Passato e futuro: dai corpi bruciati dai nazifascisti nell’eccidio di Sant’Anna di Stazzema il 12 agosto del 1944 a quelli dilaniati nell’esplosione della stazione di Bologna il 2 agosto del 1980. Fino alla terza parte, provocatoria, in cui si immagina un futuro prossimo in cui arriveremo a bombardare in pieno agosto gli immigrati clandestini sulle coste livornesi, in un 2010 che incombe come una minaccia su un Paese che sta perdendo ormai il rispetto e il senso della vita.
Un lucido percorso nella memoria, sofferto, in cui il mese di agosto (una coincidenza?) si tinge di rosso con il sangue degli innocenti che urlano il loro dolore attraverso le due voci narranti: “Gli assassini, i nazisti, ma anche gente dello stesso paese che è venuta ad ammazzare il vicino di casa, l’amico. Gli assassini, ben nascosti in mezzo a noi per decenni, nelle case con il giardino, negli uffici, hanno preso prestiti in banca, sono andati a mangiare la pizza per decenni e nessuno li ha disturbati”. Un’apparente normalità capace di trasformarsi in una furia sanguinaria.
Di grande impatto, nella seconda scena, il lento scorrere dei volti delle vittime della strage di Bologna. Tantissimi giovani, bambini, genitori e famiglie: persone come noi, sacrificate sull’altare di quella che è stata definita dagli storici “la strategia della tensione”. Occhi senza tempo che ti fissano, da quelle foto in bianco e nero, per ricordarti senza retorica una violenza disumana che ha distrutto in pochi secondi intere esistenze: “Gli assassini hanno scelto con precisione dove mettere la bomba, nella sala d’aspetto affollata di studenti, madri, bambini, hanno scelto persone normali, che aspettavano il loro treno, per andare a lavorare, per andare a trovare un parente, per andare a fare vacanza. Hanno scelto con precisione, hanno scelto tecnicamente”. Senza pietà.
Su tutto l’ipocrisia di un potere cinico e la superficialità colpevole della stampa, capace di manipolare anche gli eventi più drammatici per ricomporli in un disegno funzionale al sistema. Bravissimi gli attori nelle due parti del padrone della ditta-presidente-onorevole e del giornalista, quest’ultimo ridotto ad una terribile macchietta, simbolo crudo di una categoria in debito di etica e credibilità.
Poi il gran finale, con un 2010 dove le autorità italiane bombardano e affondano un barcone di immigrati clandestini, insabbiando responsabilità e colpevoli. Una metafora terribile, resa ancora più forte dal fatto che i detenuti-attori sono quasi tutti extracomunitari, protagonisti di un viaggio teatrale che li porta a confrontarsi prima con le scorie di un passato a loro originariamente estraneo, poi con un futuro-presente che brucia sulla pelle di ognuno di loro. Il messaggio è forte e chiaro, spietato sulla bocca del politico: “questi cazzo di clandestini, quando sono vivi non gliene frega un cazzo a nessuno, quando muoiono insorgono tutti. Allora alla fine danno ragione a me quando dico: l’unico clandestino che si merita qualcosa è quello morto”.
Uno spettacolo che aiuta a pensare, che tocca nel profondo, che si lega ai valori fondanti dell’Italia repubblicana, nata dalle macerie della seconda guerra mondiale sulla spinta liberatoria della Resitenza.”